La fine della letteratura italiana
C’è ormai poco da essere soddisfatti la letteratura italiana perde il passo con il mondo: non esporta più niente e vende pochissimo soprattutto all’estero. Ma risalta sopra ogni cosa che non è più originale e non riesce a essere innovativa. La propria forza propositiva si spegne davanti alle consuete banalità di un conflitto di coscienza e di un dramma interiore da anoressici per anoressici: si mangia poco e male. Le responsabilità sono naturalmente da suddividere tra autori, editori e una società composta di cervelli atrofizzati in decenni d’uso eccessivo del tubo catodico, e i nuovi modelli al plasma non risolveranno la situazione. Mentre da un lato l’egemonia mediatica del nuovo Mister cultura e famiglia impone idee e valori estremamente semplificati dall’altro lato si smantella la scuola lentamente, dimentichi che l’autarchia ha già fallito più di cinquant’anni fa. Un’altra decina di anni in questo modo e un numero di Topolino sarà considerato al pari del Manzoni. Non che all’estero stiano meglio tra vampiri (i moderni rospi che si trasformano in principi), serial killer stereotipati e vari giorni del coyote del cane e del gatto, ma almeno riescono a esportare qualcosa di leggibile, e hanno la tv via cavo da quarant’anni, giocano a baseball, e gli sport nazionali sono almeno tre; così anche tra le autobiografie che raccontano del come sono stato figo a essere campione c’è una scelta molto più ampia. Servirebbe un editore coraggioso e illuminato ma credo che scarseggino, d’altronde lo stesso Fazi (anzi proprio), che quando aprì la casa editrice si diceva “antiamericano” per indicare la sua assenza di esterofilia si riduce a intasare la mente dei lettori con gli amori tormentati di rospi vampiri in attesa di metamorfosi definitive. C’è da sperare che non siano in scarafaggi, altrimenti il salto sarebbe dalla padella nella brace (mi sto adeguando ai luoghi comuni come si può notare, anche se c’è un Kafka di mezzo). Abbasso il livello culturale come tecnica di sopravvivenza, e magari vendo anche una copia a quel pizzaiolo che ha fatto un sacco di storie, l’altro ieri, perché gli davano fastidio quaranta centesimi in pezzi da cinque, due e uno. Chissà forse un giorno capirà come funziona il mondo invece di bersi le balle che iniziano a raccontargli da piccolo iniziando da Babbo Natale e Befana per passare da una promessa politica e finire con il paradiso.
La maggior parte dei libri è stancante e lenta. Quello che viene chiamato ritmo morbido andrebbe definito con l’aggettivo più appropriato di noioso. Camilleri è illeggibile: un rigo sì e uno no c’è una parola in siciliano, già è faticoso leggere in italiano anzi noioso (parole di Gian Arturo Ferrari, non mie) figuriamoci in dialetto, ma potremmo allora riesumare la lingua d’oc e d’oil. Oppure c’è in atto un tentativo di scrivere in un nuovo volgare e allora Camilleri è il nuovo Dante; e il siciliano il futuro italiano. L’ipotesi, ora che ci penso, non è del tutto campata in aria se si pensa che gran parte dell’economia della penisola è in mano alle mafie di vario genere e grado.
Forse la fine non sarà vicina, ma la strada presa è una discesa che aumenta di pendenza. La scienza e la sua storia possono anche prendere percorsi di regressione: niente è scontato.
















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