Quei parrucconi degli editori italiani
L’immagine più realistica è quella di un gruppo del seicento con parrucche bianche e pesanti anse di stoffe riunito intorno a un tavolo a discutere utilizzando processi decisionali arbitrari e alogici, tra alambicchi e fumi d’idee consunte che rasentano la metafisica. Si parla per parlare, si discetta per metafore incomprensibili seguendo il paradigma dominante della cultura italiana che si può racchiudere sostanzialmente in questa frase: “meno si capisce e più sembriamo bravi.” Questo assembramento di metafisici “discettatori” impedisce puntualmente che la cultura italiana riesca a fare presa all’estero, specialmente nei paesi di lingua anglosassone dove per essere bravi è necessario essere in grado di farsi capire. Si può essere o non essere d’accordo ma si fanno capire, da quelle parti. Così ormai da diversi decenni, forse addirittura secoli, è completamente assente qualsiasi progetto culturale articolato in grado di fare presa fuori dai confini della nostra nazione, il Rinascimento è lontano, e non poco. La nebulosa imperante dell’incapacità di distinguere lascia il campo aperto al fiorire dell’esterofilia, in tutti campi, e la letteratura non è da meno. Infatti sono gli stessi parrucconi a rassegnarsi a pubblicare opere di autori stranieri che puntualmente risultano le più vendute. Forse perché questi autori si fanno capire? Dopo un contorto processo dialettico anche loro, gli editori, accettano inconsciamente che chi scrive in modo chiaro vende di più, ma sembra che gli sfugga la piena comprensione del fenomeno, infatti spesso li sentiamo dire che “non si capiscono le ragioni di un successo”. Se lo dicono loro possiamo essere sicuri che scelgono a caso oppure come accade più spesso seguendo i successi consolidati all’estero, e loro continuano a vagare nella nebulosa. Così siamo circondati dai Twilight, saghe di vampiri, da Uomini che odiano le donne, scarpette, Follet e folletti, Zafoni (a proposito qualcuno sa dire dove fosse Barcellona?), King, Re e gerarchia fino ai vassalli, ma all’estero di nostro si trova ben poco se escludiamo Moccia e Faletti che (forse la parrucca preclude la vista) hanno sicuramente un pregio: si fanno capire. Per rendersi conto della situazione è sufficiente scorrere una classifica dei libri più venduti nel nostro paese e all’estero. Ci troveremo difronte al più desolante quadro che rappresenta il vuoto, all’estero, e un’invasione di nomi stranieri in Italia.
Ogni tanto si legge su qualche giornale che editor e agenti letterari comprano e vendono opere all’estero sulla base di una sinossi, addirittura di un’idea, venti, trentamila euro (corbezzoli!). Dobbiamo crederci o sono solo chiacchiere fantascientifiche da bar che, per le stesse dinamiche sconclusionate, finiscono sulle pagine di qualche quotidiano? Più che sottili strategie culturali o di marketing sembra esserci solo il tentativo di macinare un po’ di grana, o grano, magari con qualche mulino del po’, che può essere tutto ma non sembra un best seller di portata internazionale. Fa sicuramente più presa un Io sono Dio. Consoliamoci pensando che se non si vede cosa c’è dietro alla parrucca allora vuol dire che fa cultura.

















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