Il tennis e la teoria del caos: il caso e la necessità.
Se i giocatori morissero dopo ogni sconfitta il processo sarebbe più evidente, anche se più crudele e spietato. Ciò che contribuisce a creare confusione è il fatto che ogni tennista può ripresentarsi al torneo successivo senza pagare penali che sarebbero drasticamente più pesanti se si trattasse di una vera lotta per la sopravvivenza. Uno strano rapporto inverso unisce la teoria dell’evoluzione al tennis: mentre nella prima ci si affanna a trovare gli anelli di congiunzione in forma fossile tra due specie, che a causa di una veloce eliminazione fisica hanno avuto meno probabilità di giungere fino a noi, nel tennis la presenza di forme intermedie che si ripresentano di torneo in torneo, contribuisce a rendere difficile da diradare la foschia che aleggia intorno a coloro che sarebbero i favoriti. Se perdere una partita significasse perdere la lotta per la sopravvivenza rimarrebbero veramente solo i più adatti: ai tempi di Borg si sarebbe riprodotto solo Borg, qualche anno fa solo Federer, oggi solo Nadal e pochi altri. L’enormità degli sconfitti al primo turno avrebbe avuto pochissimo tempo a disposizione per trasmettere il proprio pool genetico, o il singolo gene, peraltro poco adatto a vincere partite su un campo lungo 23 metri. Presumibilmente nell’arco di pochi anni sarebbero rimasti solo coloro in possesso delle caratteristiche adatte, e tutto sarebbe stato, forse, più intellegibile, anche se si sarebbe perduta la possibilità di rintracciare le forme intermedie, e con questo qualcuno avrebbe potuto parlare di creazionismo o addirittura di disegno intelligente; avvalorando la propria ipotesi con la vistosa presenza di salti evolutivi: dall’ homo sapiens all’ homo tennisticus, senza la minima presenza di forma intermedie. Ma sarebbe stato intellegibile solo in un senso: ovvero quello di discernere le caratteristiche più adatte a un tennista, invece la teoria dell’evoluzione avrebbe lasciato scoperto il fianco alle critiche. Il processo evolutivo sarebbe apparso incostante, punteggiato, e cosparso di salti che sarebbero apparsi del tutto casuali. La linearità e il processo graduale sarebbero andati perduti per sempre (ricostruibili solo con la logica). Inoltre il caso (ovvero il materializzarsi improvviso di un evento, di un fenomeno) non vive solo di una forza interiore necessitante, ma è anche necessitato dall’esterno ed è frutto spesso di altre forze che sono osservabili e spiegabili. Lo stesso errore casuale genetico appare casuale solo a uno sguardo superficiale, perché spesso è indotto da agenti ambientali che ne modificano e ne stimolano l’errore di trascrizione che nella maggior parte dei casi risulta neutra o addirittura controproducente ai fini della sopravvivenza. Infatti l’accumulo d’informazione genetica negli anni è stato selezionato e cresciuto per mezzo di vari crivelli ambientali (anch’essi variabili “causalmente”) che hanno permesso solo alle singolarità e ai loro insiemi interagenti più adatti di sopravvivere. Se nel processo una piccola porzione di caso e imprevedibilità esiste, e non è entrata, forse ancora, a far parte di un esplicandum puntuale, tutto il resto del processo appare vincolato da una realtà necessaria e necessitante, che è quella che favorisce l’incremento del numero di tutto ciò (animato o inanimato) che ha le maggiori probabilità di mantenere il proprio stato e replicarsi, in una tautologia del ritorno finalizzata a se stessa. Tutto ciò che è intermedio, che è leggermente meno adatto al singolo ambiente anch’esso cangiante nella sua essenza, tende a sparire e far perdere le tracce di se stesso. I tempi di scomparsa possono essere anche molto rapidi, quasi drastici, in questo modo quella che appariva come una superficie uniforme assumerà la forma di un piano punteggiato, dove i fori rappresentano l’unione ideale tra chi è sopravvissuto o ha mantenuto il proprio stato. La realtà appare quindi come un grande gruviera pieno dei fori (assenze) che nascondono i legami diretti tra la materia che è rimasta.
Tutto ciò non può accadere e non accade nel tennis, perché il gioco applica una forma di selezione blanda che non conosce la drasticità e l’irrimediabilità della scomparsa alla realtà, della morte. Perciò le forme intermedie rimangono e nessun vuoto prende il loro posto: in questo modo chi osserva una certa realtà si trova davanti a un continuum di tennisti che vanno dai meno adatti (meno predisposti al gioco) ai più adatti, che saranno però distinguibili dagli altri perché vinceranno molto più spesso; fino a coloro che praticano lo sport solo per divertimento. Se essere sconfitti significasse morire perderemmo la gradualità tra gli individui e le caratteristiche di coloro che vincono sarebbero subito evidenti, ma rappresenterebbero un salto più macroscopico rispetto agli uomini che praticano altre attività. Per notare tali differenze, come se le forme intermedie fossero scomparse, occorre paragonare i tennisti più competitivi direttamente con chi pratica altre attività, immaginando che non esitano tutti gli altri, che spesso passano solo un paio di turni nei tornei maggiori.
Ciò che è sempre più evidente a chi valuta questi processi di selezione, riproducibilità e mantenimento dello stato nel loro insieme è che il ruolo del caso (concepito come puro avvenimento imprevedibile governato dall’accidentale coincidenza di circostanze o eventi) lascia sempre di più spazio a processi che fanno della necessità (necessità di adattamento, di sopravvivenza, di riproducibilità, di mantenimento della propria struttura, necessità di vittorie, di affermazione) l’anello più forte dell’ intelligibilità. Tutto ciò che seleziona il caso è la vera forza motrice e inderogabile dell’evoluzione, che guida in modo preciso e determinato il cambiamento o la persistenza, se consideriamo quest’ultima come un cambiamento che rimane uguale se stesso. Caso e necessità appaiono quindi tra loro interdipendenti e il loro processo di sviluppo è un accumulo di casi necessari, che si succedono nel tempo, si sovrappongono, regrediscono, sviluppano. Tutto ciò che è ha la sua essenzialità ad essere. Il possibile e l’ipotetico si possono essere già verificati sotto la pressione di un altro crivello e essere ora scomparsi lasciando solo un vuoto che è stato realtà.
E forse, a ben guardare, anche gli stessi campioni di tennis nascono più per necessità che per caso.

















Se io vado sulla Luna e trovo sul suolo lunare un’orologio mi chiedo é frutto dell’evoluzione o qualcuno l’ha creato ? (forse l’aveva perso Grissom). Ora di fronte alla volée stoppata di Rafter mi sono chiesto se non fosse frutto dell’incremento genetico dei giocatori australiani, ma poi guardando Lleyton mi chiedo se non c’é stata una vittoria dei geni recessivi, e questo quasi per tutti i tennisti. In realtà la scomparsa dei volleador puo’ essere benissimo spiegata con l’evoluzione genetica e l’adattabilità della razza tennistica all’ambiente, (palle, racchette, superfici). Quindi in realtà ad ogni primo turno i meno adatti per esempio a quella superficie vengono eliminati, certo si ripresenteranno al torneo successivo, ma in realtà un alto numero di eliminiazioni al 1° turno porta a non avere abbastanza soldi per proseguire e quindi alla scomparsa da tornei più importanti di un certo numero di tennisti che ricompaiono in tornei di livello più basso, più circoscritti e meno esposti ai predatori. Es. Volandri dopo essere uscito dai 100 adesso gioca al Garden mentre Seppi giocava a Montecarlo. Il povero Bracciali, 750 dopo l’operazione alla spalla, gioca l’ITF di Grottaferrata e non più l’ATP di Casablanca….
Ad Maiora od al Foro a partire da mercoledi
Umh…forse la pena di morte sarebbe eccessiva
. In fondo si vede abbastanza anche così come sostieni giustamente.
Per il Foro non so se andrò le previsioni fino a giovedì sono pessime, forse farò un salto al torneo femminile. Cmq ci sentiamo