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Crisi finanziaria. L’economia ha bisogno di ripensarsi in senso umanistico?

Il valore dell'oro

Il valore dell'oro

Un articolo di Antonello Pasini mi spinge a riflettere sulla crisi economica che dal mondo della finanzia si ripercuoterà sull’econimia reale anche se la distanza dei due mondi probabilmente farà sì che gli effetti siano minori ma non trascurabili e per nulla lievi, perché le aziende chiedono prestiti alle banche e le banche sono in contatto con il mondo della finanza. Sembra che si ripresenti sotto un’altra forma il vecchio circolo vizioso che fece galoppare la crisi del ‘29 verso l’Europa. In quel periodo infatti la Repubblica di Weimar per pagare le riparazioni di guerra faceva affidamento sui prestiti degli statunitensi per risollevare la propria economia (grazie a interconnessioni bancarie e di investimenti economici),  allo stesso modo il pagamento dei debiti di Francia e Inghilterra era collegato al pagamento delle riparazioni, così che quando queste vennero meno la macchina si fermò improvvismante. Diffondere il rischio su più attori economici e finanziari poteva sembrare un processo di stabilizzazione dei mercati, ma in realtà si è dimostrato controproducente una volta che il sistema è diventato instable, perchè nello stesso modo con cui in precedenza diffondeva sicurezza e fiducia ha diffuso con maggiore rapidità insicurezza a tutti gli attori che facevano parte del sisitema. Una struttura complessa (quello delle riparazioni di guerra era solo una analogia semplificata)  può rapidamente diffondere benessere, soluzioni a deteminati problemi e altrettanto velocemente espandere una crisi quando si blocca un meccanismo. C’è da indagare quali sono i nodi cruciali in grado d’intralciare un sistema fino, a volte, a portarlo al collasso. Analisi economiche di questo tipo non possono, credo, rimanere impermeabili a quella che è la natura umana eslcudendo a priori indagini che si rivolgono a ciò che siamo in senso umanistico. La soluzione non può trovarsi dietro un puro calcolo formale, matematico, descritto in un grafico catesiano o in un diagramma a torta, perchè in fondo l’oro è solo un metallo raro di colore giallo a cui viene attribuito un valore dall’uomo. Allo stesso modo le nostre transazioni, le nosre industrie, i nostri prodotti, i nostri beni hanno un valore solo in riferimento alla loro funzione che svolgono per il singolo individuo e non ne hanno uno proprio inscindibile dall’uomo. Il valore dipende dal nostro pensiero. Cosa in realtà permette di far crescere le produzioni delle fabbriche, di far aumentare Pil, di incrementare gli scambi?  Cos’è che rende un mercato intrinsecamente instabile? Che sia un fattore squisitamente umano come quello che ci fa dare valore all’oro? Una crescita infinita è possibile o è solo una chimera?


  1. 11 Novembre 2008 alle 12:23 am | #1

    Bella domanda…
    Ci illudiamo di poter ottenere una crescita infinita, per poi trovarci a fare le montagne russe e chiederci cosa è andato storto.
    Continueremo a fare le montagne russe, ma almeno dovremmo smettere di credere che la crescita può essere infinita.

  2. 11 Novembre 2008 alle 8:44 pm | #2

    @stefano
    spesso i titolo di giornali e telegiornali mi fanno sorridere: il pil non può crescere sempre i mercati si possono anche saturare.
    appena posso faccio un salto “non lineare” dalle tue parti

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