Teoria del caos e divulgazione. La nuova notte in cui tutte le vacche sono nere e tutte le previsioni sono vane.
La nuova notte in cui tutte le vacche sono nere e tutte le previsioni sono vane.
Nella divulgazione delle scienze della complessità molto spesso si tende a dare risalto all’aspetto dell’imprevidibilità sostanziale del comportamento dei sistemi complessi. Sia che venga fatto con volontarietà o involontarietà l’evidenziare questo lato del problema ha contribuito a costruire un’ immagine della teoria del caos che, quasi inesorabilmente, coincide con qualcosa di poco definito, addirittura indistinto, confuso, perché inconoscibile nel suo comportamento. Imprevedibile. Letteratura e filmografia nel tentativo di semplificare spesso si limitano a parlare solo di questo aspetto, che non è il più interessante e non rappresenta nemmeno una novità sostanziale. Rimane la vaga sensazione d’impotenza difronte alla complessità della natura e della nostra stessa vita. Una nuova notte in cui tutte le vacche sono nere e i nostri tentativi di previsione risultano vani, inutili e forse addirittura previ di senso nel loro sforzo di comprensione. Un nuovo buio della visione e della comprensione, un nuovo assoluto di Shelling, ma più moderno che si circonda di matematica e fisica trascinandole nel buco nero del nulla, dell’impossibilita del sapere. Ma in realtà esiste un altro lato delle scienze della complessità e della teoria del caos che consiste in conoscenza, prevedibilità, e stimolo a progredire. E’ il lato che si contrappone a quello buio, che enunciato semplicisticamente come “sostanziale imprevedibilità degli eventi” non ritengo parte di una teoria, ma solo e semplicemente sensazione alogica di piccolezza difronte all’esistente; simbolo di una voluta incapacità profonda di comprendere. Un abbandono, un lasciarsi morire difronte a qualcosa che sembra sovrastarci. Nel cammino sul crinale della teoria della complessità non è difficile scivolare pericolosamente verso tesi che caldeggiano una concezione che si basa principalmente sull’impossibilità di intuire gli sviluppi futuri di un sistema. Comunque il messaggio più incisivo è spesso quello di una riduzione del concetto di complessità a postulati facilmente fraintendibili. La formula dello scrittore francese Paul Valéry è indubbiamente efficace nel colpire l’immaginazione.
“La complessità è imprevidibilità essenziale”
Paul Valéry
Ma la complessità non è imprevidibilità essenziale, o meglio non lo è in termini così riduzionistici. Anzi rovesciando la frase dello scrittore francese si potrebbe dire che la complessità è prevedibilità essenziale, anche se non puntuale. Conoscenza quindi, sapere, e in quell’assenza di puntualità, di precisione assoluta c’è la tensione verso un continuo miglioramento.
Le tesi principali che implicano l’impossibilità della previsione sono fondamentalmente due.
1) La prima è quella che cerca di vedere l’insieme come qualcosa di più della semplice somma delle parti. Un qualcosa di poco definito e poco chiaro. Cos’è in concreto questo di più? Le qualità nuove e puramente astratte di questo di più sarebbero in grado di sconvolgere ogni previsione e farci brancolare nella notte “Shellinghiana”. Ho la sensazione che questo “in più” sia rappresentato molto più realisticamente dalla funzione svolta dall’insieme, le cui parti sono unite in un modo determinato e specifico. Funzione naturalmente non riconducibile alle singole parti, ma al loro modo di essere assemblate, e non a una qualità trascendentale, a un di più metafisico, come spesso alcune esposizioni sembrano suggerire. A sostegno di questa argomentazione spesso si utilizza una differenza categoriale a mio giudizio surrettizia in quanto arbitraria, ovvero una particolare distinzione tra complicato e complesso. Cosa è da considerare complicato? E cosa e da considerare complesso? Isabelle Stengers ci fornisce un’indicazione:
“Il criterio che permette di differenziare complicato e complesso dovrebbe dunque essere costituito dalla possibilità di porre delle domande qualitativamente nuove, di introdurre delle categorie d’intelligibilità che suppongano, da parte dell’oggetto complesso, proprietà intrinseche che non hanno contropartite nell’oggetto semplice.”
Ritengo che gli unici elementi qualitativi nuovi possano essere quelli relativi alle funzioni svolte dall’oggetto. Per questo motivo penso, contrariamente da quello che sostengono molti, che il mio televisore di casa sia complesso e non semplicemente complicato, mentre la struttura di una catasta di legna ammucchiata casualmente possegga solo una struttura complicata. In questo approccio logico non ci sono riferimenti astratti che potrebbero essere fuorvianti, come quelli indotti da una concezione che distingue le due categoria su altre basi: un uomo o un animale sarebbero complessi, mentre un automobile sarebbe complicata, perché non organica o perché non è viva. Una distinzione di questo tipo su cosa si baserebbe? Sul fatto che un organismo è da considerarsi vivo o organico?
Le molecole organiche sono tutte le molecole che contengono carbonio (salvo alcune eccezioni e gli ossidi) e dovrebbero essere considerate complesse mentre il mio televisore, la mia auto o il mio computer, in grado di svolgere molteplici funzioni, solo complicato?
E cosa significa essere vivi?
“Allora dovremmo chiamare “viventi” le originali molecole replicatori? Chi se ne importa? Io potrei dire a voi “Darwin fu l’uomo più grande mai vissuto” e voi potreste rispondere “No, fu Newton”, ma spero che questo diverbio non durerebbe a lungo. Il punto è che il modo in cui risolviamo il nostro diverbio non influenza la realtà delle cose. I fatti della vita e delle imprese di Newton e di Darwin rimangono totalmente immutati, non importa se li etichettiamo come “grandi” o meno. Similmente, la storia delle molecole replicanti avvenne probabilmente in modo simile a come la sto raccontando, non importa se decidiamo di chiamarli “viventi”. Troppa sofferenza umana è stata causata per l’incapacità di capire che le parole sono solo strumenti al nostro servizio, e che la semplice presenza nel dizionario di una parola come “vivo” non significa che si riferisca necessariamente a qualcosa di preciso nel mondo reale. Non importa se chiamiamo “vivi” i primi replicatori, essi furono gli antenati della vita; furono i nostri padri fondatori.
Richard Dawkins.
Similmente non credo che sia fondante fare distinzioni di categoria basate solo su strumenti che ci servono per dialogare, invece sostengo che sia più vantaggioso stabilire un criterio che si basa sulla funzione e l’attribuzione di senso. In questo modo avremmo un riferimento logico di analisi che ci consente di orientarci evitando riferimenti astratti non controllabili criticamente. Possiamo affermare che un personal computer è più complesso di un televisore, perché svolge più funzioni, e che un uomo è più complesso di un personal computer per gli stessi motivi tra cui la capacità (funzione) di costruire i pc. In questo modo ci troviamo difronte a un gradazione che va dal semplice al complicato al complesso: singolo pezzo di legno, mucchio casuale di pezzi di legno, e capanna costruita con gli stessi rami. Qui non c’è niente di astratto: non c’è un “di più” insondabile, c’è una funzione o più funzioni che vengono svolte dall’insieme quando le parti si relazionano tra loro in un certo modo. Relazione o relazioni che sono empiriche, controllabili, e riproducibili. L’argomentazione che non siamo in grado smontare e rimontare un essere umano come lo facciamo con un televisore e che possa essere questa la causa fondante delle due categorie è altrettanto labile e poco consistente. Il fatto che non siamo in grado di fare certe operazioni è verosimilmente solo una mancanza contingente di conoscenza e non dipende da una proprietà intrinseca del corpo superiore a ciò che lo compone. D’altronde al tempo dei Greci antichi l’uomo non era in grado di eseguire nessun tipo di trapianto chirurgico, mentre adesso qualche pezzo siamo in grado di smontarlo e rimontarlo: i reni, gli arti, addirittura il cuore. La chirurgia sta facendo progressi: toglie e mette organi, mantenendo le funzioni vitali. Inoltre se prediamo una mazza e spacchiamo un televisore in mille pezzi disordinati sarebbe difficile la sua ricostruzione anche alla fabbrica che lo ha prodotto in origine, ma questa eventualità non ci fa minimamente sospettare che una tv sia qualcosa “di più” delle sue parti al di là della funzione che svolge e che gli attribuiamo. Anche se ho il timore che qualcuno sia portato a considerare questo strumento, che abbiamo quasi tutti in casa, come l’avvento della verità. Qualsiasi oggetto o elemento che sia organico o inorganico, che possa essere considerato vivo o morto, può essere disaggregato nelle sue parti in modo tale da non poter essere più rimontato; è sufficiente che vengano distrutte in modo irrimediabile le relazioni che permetto lo svolgimento di determinati compiti. Se invece si presta attenzione alle modalità con cui si compiono determinate azioni è possibile togliere un cuore e impiantarne un altro, salvaguardando la funzione. Più una struttura è complessa e maggiore attenzione è richiesta nell’azione di disorganizzare e riorganizzare, affinché non si perdano le numerose funzioni che svolge. Ma siamo difronte a gradazioni di complessità, non a due categorie diverse: un essere umano è infinitamente più complesso di una bicicletta. Mi sembra chiaro, a questo punto, che si tratti di un problema di metodo e non di definizione. Se accettiamo l’idea di un “di più” non descrivibile questa assenza di definizione apre le porte inevitabilmente a una impossibilità di conoscere, a una nuova notte in cui tutte le vacche sono nere e si relazionano tra loro dando origine, non a una funzione, bensì a un “di più” trascendente e pertanto imprevedibile.
“La complessità logica dell’ unitas multiplex ci richiede di non dissolvere il molteplice nell’uno, né l’uno nel molteplice”
Edgar Morin
E’ un problema di metodo, anche se Morin quando afferma che
“…non possiamo quindi avere una verità che si possa esprimere in maniera chiara e distinta”,
sembra perdere un po’ la strada che aveva iniziato a percorrere. Il riferimento al concetto di funzione e la conseguente attribuzione di senso ci forniscono la via d’uscita tra le maglie di un riduzionismo esemplificativo e di un olismo trascendente. Certo che possiamo avere una verità distinta e chiara: dipende dal modello di riferimento. Qualcuno vive nel timore che la sua automobile non parta l’indomani? Credo di poter rispondere di no, perché è una verità distinta e chiara che l’automobile svolge la sua funzione, che è quella di spostarsi da un luogo all’altro velocemente. Forse qualche hanno fa questo timore poteva esserci, in quanto le macchine erano meno affidabili. Ma cosa significa essere meno affidabile? Significa non aver risolto tutti quei problemi a cui il sistema specifico macchina nella funzione di spostamento è sensibile o è altamente sensibile. Combustione, carburazione, trasmissione sono i fattori principali senza i quali l’auto non parte: sono gli elementi a cui il sistema è maggiormente sensibile. Solo dopo aver risolto questi sarà possibile allargare il modello e prendere in considerazione altre variabili in un processo di miglioramento che potrà prevedere (perché no?) in un futuro di fantascienza l’indistruttibilità, o comunque un’ottima resistenza a eventi catastrofici: alluvioni, grandinate. Tra le altre cose i mezzi anfibi esistono già, ma sarebbe uno spreco di risorse dotare le automobili di tali funzioni, perché nella realtà quotidiana non vengono usate per questo scopo. Siamo difronte a perfezionamenti graduali per far fronte a situazioni a cui il sistema non è altamente sensibile, per rarità degli stessi o per la piccola influenza che hanno sul suo funzionamento, ma risolti i primi le automobili sono diventate anche più confortevoli.
2) La seconda questione si fonda principalmente su un errore di metodo nell’analisi: mentre da un lato si divide in categorie dall’altro si cerca di unire indiscriminatamente. Si cerca di analizzare tutto in un modello sempre aperto. Completamente aperto. Mentre il processo di intelligibilità è un po’ come costruire una macchina sempre migliore: si parte con il mettere a punto le soluzioni per le eventualità più importanti per finire con i ritocchi di stile della carrozzeria. Sulla base della funzione si cerca di capire quali sono le condizioni di sensibilità fondamentali, e via via quali sono quelle sempre più accidentali. Interpretare la complessità come l’imprevedibilità che non consente di sapere se e quando la nostra auto smetterà di funzionare a causa di una alluvione è un errore epistemologico. La famosa frase usata da Lorenz era una metafora per evidenziare che alcuni sistemi sono fortemente influenzati da condizioni iniziali piccole. Ma alcuni e non tutti e non da tutte le condizioni. Lo studio dei sistemi dal più semplice al più complesso diviene quindi un problema di metodo.
“Considerata l’esposizione di questo paradigma come acquisita occorre ora interpretarlo in termini di metodo: il metodo di complessità è innanzitutto Metodo di Progettazione di Modelli Complessi.”
Jean Louis le Mogne
Aggiungerei che è anche Metodo di Studio dei Modelli Complessi esistenti. Tale metodo non può non basarsi sulla ricerca delle condizioni, ovvero dei singoli elementi, a cui il sistema è sensibile e che sono in grado di condizionarne lo sviluppo. Il processo di analisi per l’acquisizione di tali conoscenze avrà la caratteristica della gradualità e tenderà a individuare un continuum di condizioni che spazia in teoria dal più alto al più basso grado di sensibilità. Ma che non può non tenere conto della funzione, perché per lo studio e la progettazione di un orologio è superfluo prendere in considerazioni i principi dell’idrodinamica. Si procede per riduzioni e ampliamenti di complessità con il fine di verificare la sensibilità del sistema a determinate variabili, con un processo di chiusura e apertura. Man mano che acquisiamo questo tipo di informazioni le probabilità di predicibilità di un evento aumentano non in modo lineare, ma in modo direttamente proporzionale al grado di sensibilità. Per questo ritengo si possa parlare di prevedibilità essenziale anche se non puntuale, dove la ricerca di perfettibilità dipende dalla nostra volontà di ricerca, curiosità, desiderio di conoscenza.
Questa concezione, che credo si possa collocare a metà strada tra il riduzionismo e l’olismo, è comunque molto più vicina al riduzionismo perché, in fondo, il nostro corpo è composto da atomi, dai quali non si può prescindere. Solo che le quantità di combinazione degli atomi tra loro sono un numero elevatissimo e per questo in grado di dare origine a aggregazioni in grado di svolgere una quantità altrettanto enorme di funzioni. Le aggregazioni delle aggregazioni hanno, a loro volta, una gamma altrettanto enorme di possibilità di combinazione e danno origine a sostanze inorganiche e organiche, e a ciò che chiamiamo vita: flora, fauna, piante, animali; e forse solo una piccola parte viene esperita nella realtà, cioè realizzata; l’altra rimane nel panorama del possibile. Razionale quindi realizzabile, ma non necessariamente reale, se vogliamo parafrasare Hegel.
Pensare, scrivere, camminare, amare, giocare, correre, riprodursi, saltare, vivere. La mano per afferrare, e la stessa mano per accarezzare, e svolgere lavori di precisione: più funzioni, appunto.
Al contrario una concezione che parta dal presupposto che un insieme è un non ben precisato qualcosa in più delle singole unità, insieme a un’analisi che procede con il metodo del modello sempre aperto (condizione che è molto vicina all’assenza totale di un metodo) è un cocktail pericoloso ci fa camminare in una notte buia in cui tutte le vacche sono nere e ogni previsione è vana.
Il principio di Heiseberg o principio di indeterminazione, citato spesso a sostegno del relativismo moderno, che fu uno degli elementi che misero in crisi la razionalità scientifica dell’800, in realtà fornisce molte più informazioni che nessuna: afferma che possiamo conoscere la velocità e la posizione di una particella. L’unica limitazione è quella che impedisce di avere queste informazioni simultaneamente. Sempre meglio di niente, sempre meglio che ignorare sia la velocità che la posizione. Affermare l’inutilità del sapere, ma sopratutto l’incapacità sostanziale di conoscere, partendo da questo esempio, appare come un esercizio privo di senso.
Che senso ha avere mezzo polmone, o un quarto di polmone o un centesimo di polmone?
“Se tu sei un pesce [...] Per quanto piccolo sia un polmone primordiale, esso ti permetterà di sopravvivere per un po’ di tempo fuori dall’acqua, tempo che dev’essere almeno un po’ più lungo del tempo che riusciresti a sopravvivere fuori dall’acqua.”
Richard Dawkins
Un sapere parziale e limitato sarà sempre meglio di una totale assenza di sapere. In attesa di un suo perfezionamento che dipende solo da noi.
Fabrizio Brascugli

















ero passata x un saluto…..
ma nn riesco a leggerti se nn ho fatto colazione…è lunghissimo qsto post,ho bisogno di una scorta di zuccheri!
Ritorno ed un abbraccio
ciao desa! Anche se commento poco passo spesso dalle tue parti
Davvero troppo per me
proprio un bel post (lunghetto però, eh?) !!
Ti lascio due spunti:
1.l’irrazionalità umana: spesso l’atteggiamento verso la scienza o pseudo-scienza è affine a quanto in passato avveniva con la religione o la superstizione: si cercano paliativi per spiegare l’inspiegabile, non nascondendo anche una naturale inclinazione al mistero.
2. la razionalità umana: la modellizzazione dei sistemi complessi è di fatto il giusto compromesso tra incomprensibile e complicato? In elettronica, come in altri campi – per quel poco che ne so – è così spesso e volentieri. La matematica che la governa non dice quello che succede davvero, ma ne è una buona approssimazione.
quale dei due è complesso e quale incomprensibile?
Ciao 250mila firme in un solo giorno!!!
Buon inizio settimana
Ottimo pezzo, Fabrizio! – che richiede riflessioni approfondite. Ho pensato leggendolo che forse le ” neuroscienze” vorrebbero sottoporre alla chiarificazione e sottrarre così alla notte dell’indistinto tutti quegli aspetti che vengono di solito bollati come irrazionali… ma ho come la sensazione che la sfera umana manterrà sempre un residuo non analizzabile/categorizzabile. Le reazioni, i comportamenti, la “chimica” (o l’elettronica) dei sentimenti, tutto potrà essere studiato e conosciuto, ma ho l’impressione che alcuni elementi ne rimarranno fuori. Magari in maniera soltanto illusoria (basti pensare a quei concetti che sono l”io”, o la “volontà” o la “libertà” che magari sono più costruzioni mitiche di quanto non siano qualcosa di determinato) – però il problema dell’oggettività assoluta rimane: finché l’osservatore sarà anche l’osservato…
@peppiniello
è stata tutta colpa di Laver è come se mi avesse aperto un mondo.
@michelangelo
grazie
Forse è la nostra natura: duplice e limitata, ma si aprono veramente molti vie di approfondimento e discussione.
@
thanks, Mario.
Anche il tuo commento mi da altri spunti di riflessione: per esempio sarebbe interessante valutare la possibilità di una scelta di mantenere fuori certi elementi, in qualità di cose che riteniamo ci contraddistinguano come uomini. Anche se un giorno riuscissimo a capire ogni cosa. Si tratterebbe di un valore sempre attribuito da noi, una libera scelta, o forse la libera scelta stessa.
Quando ho tempo ne pubblico un altro in cui non risparmio qualche battuta a Khun e Feyerabend
Un saluto
Fabrizio, ho letto almeno tre volte il tuo lungo e interessante post prima di risponderti. Sono d’accordo con te solo sull’ultimo punto. Provo a spiegare il mio punto di vista se avrai la pazienza di leggermi.
Teoria del caos e complessità non sono sinonimi. E’ il caos deterministico (e non la complessità) che consente diversi gradi di prevedibilità (che potremmo definire essenziale e non puntuale come hai evidenziato tu). Anche in un sistema complesso è possibile “intuire” gli sviluppi futuri, tuttavia non mi pare che questo sia il miglior modo di concentrare le proprie energie. La complessità, come ben sai, apre a molteplici futuri, quindi, più di andare alla continua ricerca della previsione del futuro, a mio parere, sarebbe meglio attrezzarsi per far fronte ad un qualuque futuro e recuperare il concetto greco di metis, vista come fiuto, astuzia dell’intelligenza, capacità di trarre vantaggio dalle circostanze e capire il continuo evolversi della situazione.
Non mi convincono i tuoi esempi di ciò che è complesso e ciò che non lo è. Il televisore non complesso perchè le relazioni tra le variabili che lo compongono sono determinate e stabili. Seguendo questo stesso criterio non possiamo dire che il Pc sia più complesso del televisore. Nella biciceletta, nella TV e nel PC non si ha complessità. Nello stesso modo, la struttura di una catasta di legno non è nè complessa né complicata, ma solo casuale.
Da questo punto di vista, penso sia interessante recuperare la distinzione che ha fatto Heinz von Foerster sulle macchine banali e non-banali. La macchina banale, dato un certo input, produce sempre un certo output. E’ assolutamente attendibile, i suoi apparati interni rimangono sempre gli stessi, è indipendente dal passato, è determinabile sinteticamente e analiticamente. Le macchine non banali, al contrario, modificano continuamente la loro struttura interna e le regole di trasformazione, diventa quindi impossibile prevedere i loro output. Se si tenta di scomporre e ricomporre una macchina banale (come un televisore), sarà possibile ricomporlo. Se scomponiamo una macchina non-banale (come una persona), la ricomposizione, come ha affermato Bachelard, porta alla costituzione di qualcosa di completamente nuovo. Non siamo quindi di fronte – secondo me – ad un problema di conoscenza limitata. Cito anch’io Edgar Morin: “Noi ci rendiamo conto ormai che l’incoscienza dei limiti della conoscenza era il maggior limite della conoscenza stessa. L’idea che la nostra conoscenza sia illimitata è un’idea troppo limitata. L’idea che la nostra conoscenza sia limitata ha conseguenze illimitate. L’incertezza non è solamente il cancro che rode la conoscenza, è anche il fermento di essa: è l’incertezza che spinge a investigare, verificare, comunicare, riflettere, inventare. L’incertezza è ad un tempo l’orizzonte, il cancro, il fermento, il motore della conoscenza”.
Ecco quindi il punto sul quale siamo d’accordo. La complessità e l’imprevedibilità del futuro non devono affermare l’inutilità del sapere. Al contrario, è proprio la nostra conoscenza e la nostra ridondanza di conoscenza che ci consentirà, non di prevedere il futuro, ma di essere sufficientemente attrezzati a far fronte ad un qualsiasi futuro.
@acravera
Ti ringrazio per l’intervento molto interessante che mi da l’occasione di spiegare meglio alcuni aspetti del mio punto di vista. Quello che intendevo evidenziare con gli esempi è che non vedo un passaggio netto tra caos deterministico e complessità così come non lo vedo tra il semplice il complicato e il complesso: ritengo che ci sia un andamento progressivo graduale che va da un semplice aggregato casuale (che poi del tutto casuale non è perché dipende da chi dispone la catasta, dall’influenza media dei vari agenti atmosferici ecc.) a una struttura più articolata. Quindi la definizione credo dipenda solo da noi e da dove vogliamo sistemare il confine, che a mio parere non è chiaro e definito di per sé. Non credo ci sia uno stacco netto tra caos deterministico e complessità ma ritengo ci sia solo un aumento dell’indeterminazione nell’evoluzione di un sistema che aumenta con l’aumento della complessità. Cercare una distinzione netta è, a mio parere, come cercare l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia che può esistere come esigenza di classificazione ma che in realtà è un lungo passaggio graduale. Allo stesso modo non vedo lo stacco netto tra macchina non banale e banale a meno che non vengano paragonate due macchine molto lontane tra di loro. Se guardiamo all’evoluzione niente in fondo è stato banale e tutto in grado di modificare la propria struttura organizzativa al fine di sopravvivere, a partire dal primo replicatore. Certo tutto questo avviene in un tempo di milioni di anni che per l’uomo non è intuitivo, ma se osserviamo il cambiamento sull’arco evolutivo il banale (semplice agglomerato di atomi) è divenuto non banale. Possiamo affermare che possedesse le qualità del non banale? Le nostre definizioni sono solo utili per semplificare il nostro processo conoscitivo al di là di una precisa corrispondenza con i fenomeni? La Complessità ci pone davanti anche a queste domande e credo che sia estremamente produttivo un vivo dibattito su questi temi, per cui ti ringrazio per il tuo prezioso contributo. Su ciò che siamo d’accordo siamo d’accordo.
Ciao
Fabrizio