La complessità, il precariato e la flessibilità. Le cause di un malinteso tutto Italiano.

2008 Luglio 29

In questo paese spesso siamo soliti importare gli effetti sperando che essi agiscano sulle cause che non ci sono, e forse non ci sono addirittura mai state. La speranza risulta essere essere vana e provoca ripercussioni inattese, nella maggior parte dei casi controproducenti, in questo caso sia dal punto di vista sociale che economico. In questi giorni si è parlato e scritto molto dell’emendamento che sarebbe contro i lavoratori precari ed in effetti lo è, perché conferisce un potere maggiore ai datori di lavoro mettendoli in grado di condizionare la vita dei lavoratori e rendendoli di fatto soggetti privi di libera scelta. L’emendamento si inserisce inoltre in un contesto normativo che, quando fu varato, s’introdusse in una realtà sociale e culturale avulsa da ciò che il legislatore aveva intenzione di regolamentare. Addirittura si sperò che fossero le stesse norme a modificare la realtà socioeconomica e culturale. Rovesciando in questo modo lo stesso concetto della legge che, nella sua funzione più profonda, è quello di regolamentare e non di creare nuove realtà. E’ questo, a mio giudizio, il grande iato che ancora oggi si sta allargando e che non sarà facile colmare. La legge a cui mi riferisco è l’ormai famosa legge 30, ma non entrerò nella questione se l’originario progetto del dott. Biagi differisse da quello successivamente approvato dal Parlamento, perché la vera problematica è politica e non tecnico giuridica. Non si tratta di stabilire il valore assoluto della qualità della legge, che Biagi sicuramente elaborò con cura e attenzione, prendendo spunto da realtà socio economiche e giuridiche non Italiane. La legge n. 30 è una buona legge, ma ciò che non ebbe le sue qualità fu la scelta politica di renderla una legge dello stato Italiano. Non entrerò nel merito della legge, ma vorrei cercare di indagare le cause che hanno portato, in Italia, a trasformare in uno svantaggio ciò che in altri paesi (Stati Uniti, Spagna, Inghilterra) è considerato, in linea generale, sempre in presenza di criticità e problematicità, un vantaggio e un elemento di crescita professionale, economica e sociale. Cercherò di farlo in assenza di alcuni testi di riferimento, che non ho con me al momento, quindi qualora ci fossero delle inesattezze cercherò di correggerle quanto prima. In letteratura di sociologia e di sociologia del lavoro sono armai diversi decenni che si parla del concetto di flessibilità. Ma il concetto di flessibilità è composto di varie sfaccettature o interpretazioni che sono al tempo stesso le assi portanti di una struttura economica e sociale che ha le qualità per adattarsi al meglio a una complessità crescente. Le società moderne per la loro struttura estremamente articolata possono proporre problemi a cui le imprese devono saper far fronte in tempi relativamente brevi: un calo della domanda di un determinato prodotto impone un’analisi del problema, la scoperta delle cause e la capacità di predisporre delle soluzioni, prima che l’impresa rischi una grave crisi strutturale o addirittura il fallimento. Il continuo aumento del prezzo del petrolio, per esempio, ha provocato una netta crisi nel mercato automobilistico degli Stati Uniti, con un calo delle vendite nel mese di giugno che si aggira intorno al 20%. A risentirne sono state sopratutto le auto di grossa cilindrata, mentre le utilitarie hanno registrato un lieve aumento. La domanda è cambiata in poco tempo, un anno, forse meno; e a questo cambiamento improvviso le imprese devo cercare di reagire modificando l’offerta del prodotto. In questo alcune imprese sono più brave di altre: la Toyota riesce a modificare la propria catena di montaggio in un mese, passando dalla produzione di un SUV a quella di una piccola auto cittadina. Alla General Motors occorrono sei mesi per fare la stessa operazione. I giapponesi sembrano essere più preparati. Non so quanto impiega oggi uno stabilimento della Fiat per svolgere un intervento di questo tipo. Per far fronte a queste esigenze di riorganizzazione produttiva occorrono della qualità che permettono di reagire in tempi brevi, in modo flessibile. Ma ci sono diversi tipi di flessibilità tutte tra loro interdipendenti e ognuna concorre per raggiungere un equilibrio superando le difficoltà che si possono presentare nelle società contemporanee. Esiste una flessibilità della produzione, una flessibilità del lavoro, una flessibilità sul lavoro e una cultura della flessibilità che è il pilastro centrale che rappresenta la base su cui poggiano le altre tre.

Flessibilità della produzione.
La flessibilità della produzione è solo la punta dell’iceberg, infatti affinché un’azienda sia in grado di adeguarsi in modo sufficientemente veloce alla fluttuazione della domanda ha bisogno, riprendiamo l’esempio del mercato automobilistico, di una catena di montaggio progettata in modo flessibile e quindi di ingegneri in grado di trovare le soluzioni migliori per un mercato che cambia e che cambia velocemente. Ma la stessa forza lavoro meno qualificata ha bisogno di crescere, perché gli operai dovranno essere in grado di adeguarsi velocemente a una nuova produzione mantenendo gli standard qualitativi di progetto. La classe dirigente dovrà anch’essa essere flessibile nel prevedere e affrontare riassetti organizzativi utilizzando le qualità di ogni collaboratore e favorendo la qualità della loro crescita professionale.

Flessibilità sul lavoro.
Questa può essere definita come la capacità di una persona di far fronte a problemi diversi nello svolgimento del proprio lavoro. Presuppone autonomia decisionale, capacità di analisi, esperienza specifica, e anche una visiona d’insieme della propria azienda e del suo funzionamento. Nei circoli di qualità giapponesi, nati negli anni ‘70, gli operai spesso si trovano difronte a problemi pratici di costruzione che non erano prevedibili nei dettagli in fase di progetto, e contribuiscono alla loro soluzione fornendo indicazione e ipotesi in un processo di feedback continuo con i progettisti. Fu l’addetto alla posta dell’ IBM che fece risparmiare all’azienda qualche milione di dollari, perché si accorse che le lettere spedite eccedevano il limite di peso di pochissimi grammi: fu sufficiente stampare fronte retro.

Flessibilità del lavoro.
Con questi termini intendo tutta una serie di conoscenze professionali acquisite negli anni, che danno la possibilità a una persona di cambiare lavoro grazie sia a professionalità specialistiche sia a a una serie di conoscenze che gli consentono ricollocarsi sul mercato del lavoro anche in settori diversi, sempre con presupposti di alta qualità. Questo aspetto è quello che ha un impatto sociale più evidente. In Inghilterra e negli Stati Uniti ci sono stati periodi in cui le aziende si contendevano i lavoratori per cento dollari in più, perché ne riconoscevano le capacità e il valore aggiunto. La bilancia era quindi spostata verso il lavoratore perché nell’ambiente culturale e sociale se ne riconosceva l’importanza essenziale. C’era in sostanza una cultura della flessibilità, ma che non si discosta molto, anzi è parte integrante, di una cultura della qualità.

Questi tre aspetti (flessibilità della produzione, del lavoro e sul lavoro) sono da considerare degli indici del funzionamento economico e sociale di un paese. Se la produzione è flessibile, se c’è un ampia diffusione della cultura d’impresa con lavoratori qualificati e flessibili nelle aziende, se è facile passare da un lavoro all’altro nell’arco della propria vita, allora significa si è diffusa una cultura della flessibilità e della qualità; e solo in questo caso si può prendere in considerazione la possibilità di intervenire con una regolamentazione, affinché il mercato del lavoro non prenda un andamento disordinato e schizofrenico. Il processo inverso rischia di essere deleterio, come è accaduto in Italia, dove sono state scambiate le cause con gli effetti. La flessibilità trova il suo fondamento in una cultura della qualità, dove si riconoscono e si valorizzano la preparazione e le capacità individuali di chi lavora. Sperare che una legge induca, solo per il fatto di essere promulgata un cambiamento sociale e culturale, non solo è vano, ma è anche ingenuo, oltre a essere un errore politico. La funzione legislativa in una democrazia si basa sulla capacità di leggere l’organizzazione di una società per regolamentarne l’andamento, e non è l’atto semplice d’imporre un comportamento, il quale verrebbe sentito e sarebbe solo un’imposizione anacronistica, come pretendere che, ai tempi di oggi, si rispetti il codice di Hammurabi. In una società dove non vi è una predisposizione al concetto di lavoro flessibile, una normativa che lo regolamenti rischia di divenire semplicemente un arma in mano al datore di lavoro, che conosce perfettamente le difficoltà che ci sono per trovarne un altro. L’ assenza di analisi e una pigra inclinazione alla superficialità hanno portato questo paese a spogliare un albero florido di opportunità, rendendolo un cespuglio di rami secchi.

Di rigidità inoltre, oltre a quella di Bossi, il mercato Italiano ne aveva diverse all’inizio della prima decade del XXI secolo e ne ha ancora, a distanza di pochi anni. L’economia del turismo in molti centri è legata a una conduzione familiare: alberghi, stabilimenti balneari, attività commerciali, agriturismi trovano in una gestione tra familiari le caratteristiche principali di sopravvivenza. Il telaio aziendale della Repubblica è costituito in larga misura da piccole e media imprese caratterizzate da un processo generazionale di direzione e passaggio di consegne, e i pochi assunti entrano a far parte di una famiglia allargata. La loro struttura organizzativa è prevalentemente lo specchio dei mercati economici più lineari del dopoguerra e del boom economico. La presenza di ordini professionali molto influenti è un altro vincolo che limita il passaggio da un lavoro all’altro, imponendo lunghi apprendistati, esami, difficoltà burocratiche. Le legge e la lentezza delle procedure per aprire un attività sono ulteriori lacci che imbrigliano l’economia del paese di fatto congelando le possibilità di cambiare lavoro in modo rapido. La mentalità del posto fisso, meglio se pubblico, è oggettivamente anche oggi radicata e, negli anni,  un sistema di clientele che ha annullato e continua a annullare di fatto il merito non migliora la situazione. Che senso può avere inserire modelli giuridici improntati a un mercato del lavoro flessibile in un paese che ha la prevalenza di queste caratteristiche?

F.B.

2 Responses leave one →
  1. 2008 Luglio 30

    inutile è dire che in Italia ci sono talmente tanti problemi che ormai il risolverli diventa difficile
    il lavoratore si trova costretto spesso a subire leggi solo perchè ormai il lavoro, l’economia iniziano a fare acqua
    ci stiamo infilando in una rete che si trova in alto mare
    come lavoratrice vedo un futuro lontano, e non so dove arriveremo di stò passo…
    ecco, forse un buon bicchierino di vino fresco e frizzante bevuto tutti insieme può aiutarci a vedere positivo…
    almeno a provarci :)
    buona giornata carissimo, anche tu uno dei pochi rimasti ormai le vacanze sono alle porte :D

  2. 2008 Agosto 26

    Complimenti per la lucida analisi.
    La flessibilità del lavoro e la cultura della qualità, come le spieghi tu, non possono esistere in un paese, come il nostro, in cui dilagano incontrollati e galoppanti corruzione e clientelismo, dove per trovare un posto di lavoro per un figlio un padre deve essere cresciuto con la cultura dell’ossequio e del servilismo verso il politicante di carriera in ascesa.
    Non ci siamo, mancano drammaticamente i presupposti.

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